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17 luglio 1919: il giorno in cui le donne italiane smisero di chiedere il permesso

Immaginate di non poter aprire un conto in banca senza la firma di vostro marito. Immaginate di non poter firmare un contratto, accettare un lavoro, gestire i vostri risparmi — i soldi che avete guadagnato con le vostre mani — senza che un uomo vi desse il permesso.

Non era un lontano Medioevo. Era l’Italia del 1918.

Ogni donna sposata era, agli occhi della legge, qualcosa di molto simile a una minorenne. Dipendeva dal marito per ogni decisione che riguardasse la sua vita pubblica. Si chiamava autorizzazione maritale: un istituto giuridico che affondava le radici nel diritto romano, sopravvissuto per secoli, trasmesso di generazione in generazione come se fosse naturale, inevitabile, giusto.

Non lo era.

E ci vollero cinquant’anni di lotte, di voci alzate, di petizioni ignorate e proposte di legge insabbiate, per arrivare al 17 luglio 1919 — il giorno in cui quella legge fu finalmente abolita.

Cinquant’anni di “no”

La storia della legge Sacchi non inizia nel 1919. Inizia molto prima, nel 1861, con l’Unità d’Italia — e con la scoperta amara che la nuova nazione nata dal Risorgimento non aveva intenzione di includere le donne tra i suoi cittadini a pieno titolo.

Già nel 1867 il deputato Salvatore Morelli presentò in Parlamento la prima proposta di legge per i diritti delle donne. Venne ignorata. La ripresentò negli anni successivi, più volte. Stessa sorte.

Nel 1899 nacque a Milano l’Unione Femminile — ancora prima della famosa WSPU inglese delle suffragette — con l’obiettivo dichiarato di conquistare per le donne gli stessi diritti politici, sociali e civili degli uomini. Era un’organizzazione plurale, che raccoglieva donne di diversa estrazione e diverso orientamento politico, unite da una sola cosa: la consapevolezza che la situazione era insostenibile.

Nel 1907, durante un congresso a Milano, l’insegnante e sindacalista Adelaide Coari presentò il suo “Programma minimo femminista” — un documento che chiedeva, tra le altre cose, il diritto di voto amministrativo per le donne. Venne ascoltata con rispetto. E poi ignorata.

Proposta dopo proposta, congresso dopo congresso, le richieste delle donne italiane venivano accolte con benevolenza teorica e poi insabbiate, rinviate, dimenticate nei cassetti di Montecitorio.

La guerra che cambiò tutto

Poi arrivò la Prima Guerra Mondiale, e con essa qualcosa che nessun argomento politico aveva saputo fare: la realtà.

Mentre gli uomini partivano per il fronte, le donne uscirono dalle case. Entrarono nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali. Gestirono aziende, condussero tram, lavorarono nei campi. Fecero, in sostanza, tutto quello che fino a quel momento si diceva non fossero capaci di fare.

Quando gli uomini tornarono dalla guerra, il mondo non era più lo stesso. E le donne non erano disposte a tornare invisibili.

Il dibattito politico si riaprì con una forza nuova. Questa volta, sia il Partito Socialista che il Partito Popolare appoggiarono apertamente la causa. E il governo, finalmente, si mosse.

Il 17 luglio 1919

La legge n. 1179 del 17 luglio 1919, nota come Legge Sacchi, abolì l’autorizzazione maritale e autorizzò le donne ad entrare in tutti i pubblici uffici, tranne che nella magistratura, nella politica e nell’esercito.

In parole semplici: da quel giorno, una donna sposata poteva finalmente gestire il proprio patrimonio, firmare contratti, esercitare una professione — senza chiedere il permesso a nessuno.

Il movimento femminista aveva speso la propria energia politica per oltre cinquant’anni per arrivare a quel momento.

Cinquant’anni. Due generazioni di donne che avevano lottato, scritto, manifestato, supplicato, argomentato. Molte di loro non vissero abbastanza da vedere quel giorno.

Solo ventitre giorni dopo, il 10 agosto 1919, si ebbe la prima avvocata della storia italiana: Elisa Comani, iscritta presso il Foro di Ancona. Una donna che probabilmente aveva aspettato quella legge con il fiato sospeso, pronta a varcare una porta che finalmente si apriva.

La strada che si richiuse

Ma la storia non finì lì — e non finì bene. Il regime fascista promosse l’ideologia che vedeva nella procreazione il principale dovere della donna. I diritti acquisiti fino a quel momento vennero declassati e inasprite le leggi che sottomettevano la donna alle scelte di padri e mariti.

Quello che era costato cinquant’anni di lotte venne smantellato nel giro di pochi anni. Le donne tornarono a essere cittadine di serie B — per legge, questa volta, in uno Stato che non si limitava a ignorarle ma le relegava attivamente al ruolo di madri e mogli.

Dovettero aspettare fino al 1945 per il diritto di voto, fino al 1948 per una Costituzione che le riconoscesse uguali, fino al 1975 per la riforma del diritto di famiglia che eliminò definitivamente la figura del “capofamiglia” maschio.

Cosa significa oggi

Sono passati 107 anni dal 17 luglio 1919.

Ogni volta che firmate un contratto, aprite un conto, scegliete il vostro lavoro — senza chiedere il permesso a nessuno — state esercitando un diritto che qualcuno ha dovuto conquistare per voi. Donne che non conoscete, che hanno lottato per decenni in un mondo che le ignorava, che hanno presentato petizioni che finivano nei cassetti, che hanno scritto programmi che venivano applauditi e poi dimenticati.

Oggi quel diritto esiste. Non è arrivato da solo.

E ricordarlo, ogni tanto, non è nostalgia. È giustizia. 🌸


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Pubblicato da Simona

Mi chiamo Simona, sono nata nel 1984. Ho creato questo blog per parlare di donne come me, come te, come quelle del passato e quelle del presente. Donne famose e donne comuni, tutte accomunate da una forza interiore che merita di essere raccontata e celebrata. Qui troverete racconti ispiratori di donne che, con le loro azioni e il loro spirito indomabile, hanno lasciato un segno indelebile nella storia o semplicemente nella vita di chi le ha incontrate. Donne che non hanno bisogno di filtri o pose, perché la loro bellezza sta nel coraggio, nella determinazione, nella capacità di resistere e reinventarsi. Lo faccio anche per far conoscere alle nuove generazioni di future donne esempi autentici da cui trarre ispirazione. Perché oggi, troppo spesso, i modelli femminili proposti sono influencer mezze nude o completamente, costruite per piacere e non per ispirare. Ma le ragazze di domani meritano di sapere che esistono donne vere, forti, imperfette e straordinarie. Se vuoi che aggiunga anche la tua storia qui, scrivimi pure. Posso pubblicarla anche in anonimato, se preferisci non mettere il tuo nome. Perché le nuove generazioni devono prendere esempio anche da te, donna semplice e straordinaria, proprio come me.