
Il suo nome non lo conosce quasi nessuno.
Fino a poco tempo fa neanche io.
Nata il 13 agosto 1616 a Roma.
Nell’attuale via dei Greci.
Battezzata nella parrocchia di San Lorenzo in Lucina.
Era la terzogenita.
Dopo di lei sarebbe arrivato anche il fratello Basilio.
Ha scelto di essere ciò che voleva.
In un’epoca in cui le donne non potevano.
Si chiamava Plautilla Bricci.
Fin da giovane si è fatta strada
in un mondo dominato dagli uomini.
Diventando non solo la prima architetta donna italiana ma anche dell’Europa preindustriale.
Figlia d’arte
Suo padre si chiamava Giovanni Briccio.
Pittore, musicista e drammaturgo.
Molto noto all’epoca.
Fu proprio lui ad incoraggiarla.
A trovarle le prime commissioni artistiche.
A credere in lei quando il mondo non ci credeva ancora.
Sua madre si chiamava Chiara Recupito.
Era napoletana.
Cresciuta in una famiglia di artisti.
Aveva due sorelle, Virginia e Albina.
E un fratello, Basilio.
Anche lui pittore e architetto.
Spesso lavorarono insieme.
Due fratelli. Una sola passione.
L’uomo che credette in lei
Oltre suo padre, un altro uomo l’ha aiutata commissionandole opere pittoriche e architettoniche.
Era l’abate Elpidio Benedetti.
Suo committente. Ma anche suo amico.
Un uomo potente. Conosceva Bernini, Pietro da Cortona, i più grandi artisti dell’epoca.
E tra tutti scelse lei.
Grazie a lui Plautilla entrò in un mondo che alle donne era precluso.
Conobbe Gian Lorenzo Bernini.
Pietro da Cortona.
Andrea Sacchi.
I grandi della Roma barocca.
La stessa Roma che non avrebbe dovuto appartenerle.
E invece era lì. In mezzo a loro.
La aiutò anche quando gli uomini del cantiere non volevano fare come diceva lei.
Obbligò il capo cantiere a firmare davanti a un notaio.
Un atto in cui si impegnava a obbedire agli ordini di Plautilla.
In quel documento compare per la prima volta la parola architettrice.
Scritta nero su bianco.
Come se il mondo dovesse prenderne atto.
Quando accadde l’impossibile
Tra tutte le sue opere ce n’è una che racchiude il suo inizio e il suo mistero: l’icona della Vergine del Carmelo, nella chiesa di Santa Maria in Montesanto a Roma.

Mentre la dipingeva, Plautilla si disperava: non riusciva a sfumare e ombreggiare il volto della Madonna. Stanca e scoraggiata, lasciò i pennelli e andò a dormire.
Al suo risveglio, accadde il prodigio: il volto di Maria era stato completato miracolosamente, dipinto alla perfezione da una mano invisibile.
Sul retro della tela si legge ancora la cronaca di questo evento, che spinse la giovane a fare voto di castità. Una scelta spirituale, certo, ma anche strategica: rimanendo nubile, evitò i vincoli del matrimonio dell’epoca, ottenendo la totale libertà legale e professionale per dedicarsi solo all’architettura.
Nel periodo in cui viveva lei, secondo la mentalità dell’epoca, le donne erano destinate solo a curare la casa e i figli, dovendo reprimere ogni loro aspirazione e desiderio.
Ma lei no.
Lei progettò ville e cappelle nella Roma di Bernini.
Con il suo nome.
Con la sua firma.
Fino a poco tempo fa si avevano poche notizie su di lei.
La storia l’aveva dimenticata.
Come sempre fa con le donne.
Fu Consuelo Lollobrigida a restituirle il nome.
Nel 2017 scrisse la prima monografia dedicata a lei.
E la scrittrice Melania Mazzucco le dedicò un romanzo.
Lo intitolò proprio L’Architettrice.
Grazie a loro Plautilla tornò alla luce.
Dopo secoli di silenzio.
Plautilla si firmò l’Architettrice.
Fu la prima a coniare questo termine, fino ad allora sconosciuto.
Quel termine non compare in un libro.
Non in un’opera d’arte.
In un atto notarile.
Come se il mondo fosse stato obbligato a riconoscerla ufficialmente.
Ecco un’altra donna che dovrebbero insegnare a scuola.
Fin dalle elementari.
Non solo a scuola.
Ovunque.
